la bellezza della neve bloom viaggio yoga bellezza
Data di pubblicazione: 28 febbraio 2017

Perché la neve è bella? Ci permette di ritrovare all’esterno di noi dimensioni che, allo stesso tempo, sono anche interne: una speciale consonanza di momenti atmosferici, mentali e spirituali.

Che cosa possiamo provare davanti ad una nevicata fresca? Restiamo fermi, lì, con l’improvvisa e netta sensazione che potremmo profanare la sua integrità con i nostri passi. Che fine hanno fatto tutti gli oggetti che sappiamo essere lì sotto a quel bianco, tutto quello che la mente faticosamente differenzia, separa, apprende? Fiocco dopo fiocco, intatta, remota, freschissima la neve bianca li ha coperti e riuniti in un bianco nuovamente tranquillo e indifferenziato.

Ritroviamo ogni volta la neve come qualcosa che ci piace, non c’è dubbio questo bianco così, ci piace, cioè in qualche modo ci riguarda, ci fa bene. Ricompone, aggiusta, incolla i pezzi lì sotto, li nasconde per un po’, fa finta di niente, sssssshh. Persino tutto quello che ha fatto tanto rumore, non si sente quasi più; qui dove sono i miei piedi c’è silenzio, devo tendere l’orecchio per sentire i rumori, sempre più in là. Placa. E da qui faccio un’altra piccola scoperta: ci sono condizioni in cui anche solo muoversi, avanzare, esplorare significa distruggere o trasformare o alterare per sempre.

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La neve ci porta alle soglie dell’irreversibilità, quando ogni nostra azione o traccia non solo gioca nascosta nella mente, ma si deposita al suolo. E il suolo che fa in risposta? Se penso ad altri suoli, ad esempio quello discreto di un sentiero di montagna, sassoso, un poco erboso, mi pare pressoché incurante al nostro passaggio, e non sono neppure sicura provi interesse a trattenere il ricordo dei nostri passi; la sabbia scottante poi, si imprime del nostro peso, ma basta un filo di vento, e la forma vacilla instabile, una pendenza dell’orma troppo acuta ed eccola franare, cedere memoria; la sabbia bagnata dal mare invece trattiene il nostro passo solo il tempo di un ritmo che non decide neppure lei. E’ sul manto nevoso che si gioca l’irreversibile, lì nascono segrete e ghiacciate le foto del tempo, lì si registrano azioni. Chiedetelo ai miei cani: dopo anni che provavo, ho potuto ricostruire le loro mosse in nostra assenza… solo dopo una nevicata.

La neve mi fa rincontrare una perfezione solo sognata, più precisamente una uni-formità, che è bella perché non dura; se dura, è un’altra cosa. Sono qui, nella neve che fa il vuoto, un vuoto che porta pace, così diverso dal nulla… è denso, pieno, brillante. Proprio quel genere di luogo di cui abbiamo tanto bisogno, uno spazio di sosta, uno spazio come quando con le mani sgombri una scrivania o spiani la sabbia con entrambe le braccia. Quello spazio che sospende e che dilata.

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Mi metto a camminare, finché mi accuccio e prendo una manciata di neve in mano. Guardo da vicino e vedo la vastità delle miriadi nascoste: la sua uniformità è apparente, come quando beviamo l’acqua trasparente senza percepire la vita piena che brulica in ogni sorso. La neve è fatta da miliardi di trine e cristalli che, ci giurerei, si assomigliano soltanto, ma se ne restano saldamente uno diverso dall’altro. E’ un inno alla complessità, nascosta nell’uniformità.

Riprende a nevicare e rientro in casa. Con la neve partecipo ad almeno due spettacoli: quando scende e quando permane. Solitamente assistiamo ad una nevicata al riparo, al caldo dietro ad un vetro. Un altro fatto strano, ancora!, che la neve porta con sé è che il candore così attraente non è latte, no; neppure cotone, ovatta, anche se scende a fiocchi. No. La neve che ci attrae così tanto… è fredda: un’irresistibile attrazione fredda; che stranezza. Altrimenti ci butteremmo e sosteremmo in questa panna a lungo, di sicuro più a lungo. Invece c’è un limite al nostro gioco e gira attorno alle guance e alle manine belle rosse dei bambini.

Dal posto in cui sono posso ricordarmi esattamente le buche, gli accidenti, le fessure, i dislivelli del terreno; c’è un punto dove la gettata di cemento malfatta si sbriciola e lascia scendere un po’ alla volta qualche sassolino sguaiato, solitario giù per la riva. Ora non c’è più. E’ passata la livella che ci regala semplicità, essenzialità, fantasia e illusione. E’ la neve di città, o al massimo di parco, di giardino, di collina, non è la neve delle forre, dei crepacci, delle tormente… quella è un’altra storia.

Ho fatto anche un’altra scoperta. Questa volta però sono uscita in giardino solo dopo. Dopo i libri, dopo l’urto, lo stupore e la stizza, l’allegria e la delusione. Solo dopo aver visto che la neve bianca NON ESISTE. Cosa sto dicendo? Se giochiamo con l’evidenza e con chi lo ha fatto prima di noi, se andiamo contro ogni sapere, contro ogni idea cristallina, concetto adamantino, algida certezza che affermano: “La neve è bianca!”… Scopriremo… ulteriore meraviglia, che il suo biancore a ben guardare… non esiste! Chiediamolo a Monet, Van Gogh, Kirchner, Kandinsky e a tutti gli eccitati ragazzini alle prese con la gioia, perché è gioia, di ritrarre la neve. Loro ci portano in prati, campi e giardini davanti alla smagliante sorpresa: la neve bianca, fuori, a ben guardare non esiste.

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Eppure so che la neve bianca esiste, è proprio lei che ritrovo ogni volta e che mi dà la sensazione di farmi riunire a qualcosa di mio, già e sempre mio, in uno spazio speciale. La neve bianca esiste, ma dentro di noi ed allora è uno spazio bianco, altro, perlaceo, intatto, puro… Un’altra cosa, che risuona e ci riempie di piccola meraviglia proprio per questo: ci ricorda là fuori, la potente accecante bellezza che portiamo dentro di noi, quando lenta lenta la mente fiocca, si adagia, si placa

 

Luisa Fantinel – storica dell’arte e arte terapeuta

Da vent’anni Luisa tiene corsi, eventi e visite guidate sul tema dell’arte, che approccia dal punto di vista antropologico, psicanalitico e arte terapeutico. Il suo blog è “arsenalia”: luisafantinel.blogspot.it