asana: i segreti per la pratica insegnati da Francesco Scalco Bonaldo di Bloom
Data di pubblicazione: 5 aprile 2017

Lo yoga è formato da otto membra (asthanga yoga). Spesso “asthanga yoga” viene tradotto con gli “otto passi dello yoga”, ma questa è una traduzione sbagliata: “anga” significa letteralmente membra. Questo indica che non c’è un percorso da seguire per poi un giorno raggiungere il “samadhi”, si può decidere quale membro approfondire o stimolare e tutto il resto ne riceverà beneficio. Se per esempio decido di rinforzare l’addome, tutto il resto del corpo poi sarà sostenuto e rinforzato, grazie al nuovo vigore della zona addominale allenata. Tornando a noi, un membro è dedicato al corpo, attraverso la pratica delle posture, anche dette “asana”.

Stabilità e comodità

Il sutra  2.46 di Patanjali (padre dell’ashtanga yoga) recita:

“Sthira-sukham asanam”, ossia “La posizione è stabile e comoda”.

Questo sutra ci dà 2 indicazioni riguardo alle posizioni yoga: la stabilità e la comodità. Ogni posizione deve presentare queste qualità. Se ci sediamo a gambe incrociate e subito dopo dobbiamo distenderle, perché ci fanno male, non sono presenti né “sthira né “sukha”. Questo principio è soddisfatto solo quando siamo in grado di tenere una posizione per un certo periodo di tempo e senza fatica. Allora, qual è l’approccio per eseguire in maniera corretta le posizioni?

Partendo dal presupposto che ci siano i giusti allineamenti del corpo nei vari “asana”, è necessaria prima di tutto la presenza della consapevolezza, che ci aiuta a  capire quali sono i nostri limiti. Anche se una posizione ci sembra facile, ma ci crea tensione, scomodità e fastidio, significa che non siamo ancora pronti per praticarla e che è meglio iniziare con qualcosa di più semplice. Questo è un principio basilare dello yoga, ma non sempre messo in pratica.

“Minimo sforzo, massimo risultato”

Spesso si crede erroneamente che più ci sforziamo, più otteniamo dei risultati. Nello yoga, tuttavia, vige la legge di natura del “minimo sforzo, massimo risultato”. La natura si comporta sempre in questo modo: se lascio cadere un sasso da 50 cm di altezza, questo raggiungerà terra con il percorso più facile e veloce. Dal momento che desideriamo arrivare allo stato di yoga il più velocemente possibile, più seguiamo le leggi di natura  e più veloce e semplice sarà la nostra evoluzione. Quindi, accettiamo, senza adagiarcisi, i nostri limiti e progrediremo costantemente nella pratica: i risultati non si faranno attendere.

Il respiro “rumoroso”

Un altro punto importante della pratica degli “asana” è l’unione del respiro con i movimenti. Questo avviene soprattutto nella pratica “dinamica”. Buona regola, anche se non in tutti i casi, è praticare con un ritmo di respiro lento e profondo, che ci sostenga durante tutta la pratica. Se il respiro inizia a diventare affannoso, è segno che stiamo andando in una direzione di eccessivo sforzo e quindi dobbiamo allentare la presa. Il respiro è un indicatore  molto chiaro su come stiamo praticando. Vedremo che posizioni o sequenze che ritenevamo  molto faticose, con la pratica costante, diventeranno accessibili e addirittura comode e stabili.

A questo proposito, vi consiglio la pratica dell’”ujjay pranayama”, perché, essendo un respiro “rumoroso” ci aiuta ad ascoltare i suoi cambiamenti di intensità durante la pratica ed, eventualmente, a  cambiare ritmo o posizione.

Come alternare gli asana

Ogni “asana” ha degli aspetti positivi e degli aspetti negativi ed è per questo che è importante sempre praticare una “contro-posizione”, dopo ogni “asana”. Il principio è semplice: se abbiamo deciso che la “candela” è l’”asana” che vogliamo eseguire per stimolare certi canali energetici ed organi, poi possiamo fare, per esempio, la “posizione del cobra”, al fine di scaricare la pressione del collo e del cuore che sono stati compressi durante la posizione invertita della “candela”. La contro-posizione è giusto che sia praticata con morbidezza, altrimenti dobbiamo procedere poi con un’altra “contro-posizione” e via dicendo. Una cosa da non dimenticare è che ogni “asana” va preparato e scaldato, non è conveniente ad esempio decidere di praticare le posizioni sulla testa senza aver prima preparato il collo, perché a lungo andare questo può essere nocivo.

L’importanza del riposo

Ultimo punto fondamentale è il riposo. Sicuramente dopo una pratica, in base alla lunghezza della stessa, ci vuole il giusto riposo. Questo può durare 4-5 minuti, se la pratica è durata 30 minuti o 15-20 minuti, se la pratica è durata un’ora e mezza o due ore. Alla fine della pratica, dovremmo sentirci rilassati e riposati. Il bisogno invece di prendere del tempo per riposarsi tra un “asana” ed un altro o tra una sequenza dinamica ed un’altra, è a discrezione del praticante.

Ricordo che la pratica dello yoga mira a far crescere la propria responsabilità: l’insegnante deve essere sicuramente preparato  e fare da guida, ma siete voi che state usando il vostro corpo.

Buona pratica!

Francesco Scalco Bonaldo

Se vuoi imparare di più sugli asana

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